Sacra Hierosolymitana Religio: profili storico-giuridici e relazioni internazionali.

Rapisardi, Antonio (2012) Sacra Hierosolymitana Religio: profili storico-giuridici e relazioni internazionali. PhD thesis, Università degli Studi di Macerata.

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Abstract

Capitolo I: nel sec. XVIII giunge a compimento un processo di trasformazione nelle funzioni dell’Ordine di S. Giovanni che finirà per far sentire i suoi effetti anche sul suo ruolo internazionale. Le cause di tale fenomeno vanno ricercate nel venir meno della tensione nella lotta ai pirati nel Mediterraneo e nel mutato clima culturale europeo che portò ad una frattura degli interessi all’interno delle diverse nobiltà nazionali presenti nell’Ordine. Il patrimonio gerosolimitano, territorialmente distribuito nell’ambito delle diverse Lingue in cui l’Ordine si articolava, ben poteva essere gestito da cavalieri extraregnicoli; in un contesto geografico ove i confini dei Priorati si sovrapponevano a quelli degli Stati, l’esistenza di questa organizzazione internazionale di matrice aristocratica cominciava a rappresentare un significativo fattore di disturbo nella vita dello Stato moderno. La situazione venne a cambiare alla fine del ‘700 quando le monarchie dettero vita a quel processo che è stato definito da A. Spagnoletti “nazionalizzazione” dell’Ordine. Facendo, a titolo esemplificativo, riferimento alla Lingua d’Italia, sarà il Re di Sardegna ad accendere le ostilità nel 1781, rifiutando l’exequatur all’assegnazione delle commende comprese nel territorio del suo Stato, se non effettuata in favore dei suoi sudditi. Imponendo alla Religione di nominare commendatori, per i beni posseduti nei territori sabaudi cisalpini, esclusivamente cavalieri regnicoli, Vittorio Amedeo III finì per provocare identiche reazioni da parte degli altri sovrani italiani. Alla fine, ciò che restava della Lingua d’Italia era ben poco: i sovrani si erano significativamente ingeriti nelle cose dell’Ordine ed i cavalieri avevano preferito seguire i propri interessi particolari piuttosto che quelli unitari della Lingua. Interessante la strategia di reazione elaborata dalla Milizia alla progressiva invasività degli Stati: il riferimento va ai tentativi intrapresi durante il gran magistero del portoghese M. Pinto de Fonseca, di trasformare quel modello di amministrazione decentrata di stampo aristocratico- feudale nel governo centralizzato di un piccolo principato. A.Blondy ha parlato, a tale proposito, di “monarchisation de l’Ordre”. Il solo modo di difendere l’Ordine era quello di trasformarlo in un principato sovrano, ove il Gran Maestro, appropriandosi dell’iconografia della sovranità, adotterà una precisa politica economica volta a valorizzare la posizione geografica dell’arcipelago. Sono anni caratterizzati da una gestione diretta dei rapporti con le potenze straniere attraverso l’instaurazione di rapporti “diplomatici” in senso tecnico: il fine è quello di dar vita ad una politica estera centralizzata capace di prescindere dalla mediazione delle circoscrizioni locali dell’Ordine. E’ in questo contesto che, nel 1776, sotto il Gran Magistero del francese E. de Rohan- Pulduc, il Capitolo Generale approva il Codice del Sacro Militare Ordine Gerosolimitano, un corpus legislativo, opera del giurista G.D. Rogadeo, da ricondursi nell’alveo delle contemporanee consolidazioni dell’area italiana. Capitolo II: dagli Atti del Congresso di Vienna, emerge che lo scopo principale della missione giovannita era quello di ottenere una formale garanzia da parte delle Potenze alla restituzione dell’arcipelago maltese; soltanto nel caso in cui questo obiettivo si fosse rivelato impossibile gli inviati avrebbero potuto domandare un altro luogo del Mediterraneo da assegnarsi all’Ordine in sovranità. Nella Memoria presentata dai Ministri dell’Ordine Sovrano di San Giovanni Gerosolimitano al Congresso Generale di Vienna, il documento politicamente più rilevante elaborato dalla Missione, il fine è attirare l’attenzione sull’Ordine, sollecitare le cure di un’Assemblea dalla quale dipendeva il suo stesso destino. In essa, tuttavia, non si trova alcun accenno all’arcipelago: alla luce degli esiti della “I pace di Parigi”, che aveva tolto ogni velleità all’anelito di rientro a La Valletta, la scelta di un luogo alternativo ove ristabilire l’Ordine è lasciata alle valutazioni di opportunità del Congresso. Nonostante gli sforzi dei ministri, l’Atto finale del Congresso non fece alcun riferimento all’Ordine, nemmeno in termini di un’enunciazione dei suoi diritti e delle sue pretese. Il 17 giugno i due inviati prepararono il loro congedo dall’assise, redigendo una circolare nella quale prendevano atto della circostanza per la quale il Congresso aveva quantomeno lasciata aperta la questione. Ma cosa potevano fare di più i plenipotenziari giovanniti? Non certo arroccarsi sulla pretesa ad oltranza dell’applicazione nei confronti della loro causa del principio di legittimità: l’equilibrio di potenza lo impediva. Come a Vienna, nei successivi Congressi della Restaurazione l’Ordine dovette fare i conti, prima ancora che con il fondamento giuridico delle proprie pretese o con l’esiguità delle risorse finanziarie rimaste disponibili, con il suo stesso destino. Scrive F. D’Avenia che “i suoi ampi privilegi giurisdizionali, il suo ricco patrimonio e il suo antico e riconosciuto ruolo di arbitro della legittimazione nobiliare, avrebbero comunque scatenato l’attacco degli Stati nazionali ottocenteschi, insofferenti a qualsiasi istanza alternativa di potere”. Capitolo III: nella ricostruzione di W.Grewe, il Congresso di Vienna segna il passaggio dal predominio culturale francese alla “British age of the International legal order”. Se Napoleone era riuscito a sovvertire la nozione corrente di legittimità sostituendo la forza al diritto, il Congresso rifiuta la debellatio come annientamento dell’organizzazione e delle istituzioni positae di uno Stato derivante dall’occupazione totale del suo territorio da parte di un belligerante. Klüber, nel suo Droit des gens del 1819, sottolineerà, ai fini dell’acquisizione della sovranità territoriale, la necessità della libera cessione da parte di un sovrano nonché l’imprescindibilità del riconoscimento da parte degli altri Stati: due istituti del diritto internazionale che finiscono per rappresentare il contenuto del “principio di legittimità”. Scrive Talleyrand nelle istruzioni ai plenipotenziari di Francia al Congresso: “il diritto pubblico europeo è la legge generale del territorio che forma il comune dominio dell’Europa. Uno dei principi di questo diritto è che la sovranità non può essere trasferita per il solo fatto della conquista”. E’ alla luce di questo dibattito che la Religione viene riconosciuta al Congresso come un governo in esilio: si parla di “perdita” di Malta, non di cessione. Se era vero che con la Convention del giugno 1798 il Gran Maestro Hompesch aveva ceduto l’arcipelago, era pur vero che l’aveva fatto a seguito di un’invasione che “alcun motivo di diritto o anche d’utilità non giustificava né scusava”. Il riconoscimento dell’esistenza in vita della Milizia, prim’ancora che della legittimità delle sue pretese, di cui già all’art. 10 del Trattato di Amiens, trovava conferma nel mantenimento delle relazioni diplomatiche con le principali Corti e nel regolare accreditamento dei suoi ministri in seno al Congresso. Occorreva ricercare “la sanzione dell’Europa”, ovvero l’accordo delle Potenze circa il luogo del ristabilimento. E’ quello che l’Ordine di San Giovanni cercherà di ottenere lungo l’evolversi del periodo di riferimento della ricerca, forte anche di una consolidata impostazione dottrinale di cui fanno testimonianza le pagine delle Lezioni su gli Statuti del Sagr’Ordine Gerosolimitano di A. Micallef (1792), cappellano dell’Ordine dal 1751, Professore di Diritto Civile presso l’Università di Malta.

Item Type:Tesi (PhD)
Settori scientifico-disciplinari:SCIENZE GIURIDICHE > IUS/19 Storia del diritto medievale e moderno
MATERIALE VARIO > Tesi di Dottorato
ID Code:394
Depositato da:D.ssa Sara Morici
Depositato su:24 Oct 2012 17:55
Last Modified:23 Sep 2014 11:13

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