Il ruolo dell'esperienza e dell'educazione estetica nella pedagogia fenomenologica: prospettive di ricerca per educare alla complessità.

Goffi, Federica (2013) Il ruolo dell'esperienza e dell'educazione estetica nella pedagogia fenomenologica: prospettive di ricerca per educare alla complessità. PhD thesis, Università degli studi di Macerata.

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Abstract

Il presente lavoro di tesi si propone di indagare il possibile contributo che un’educazione che possa dirsi estetica, incentrata su una concezione dell’esperienza estetica fenomenologicamente orientata, può offrire sia alla pedagogia fenomenologica sia all’educazione tout court nell’era della complessità. Per la realizzazione del progetto di ricerca sono stati impiegati metodi di natura qualitativa. Nello specifico, le metodologie utilizzate inizialmente al fine di vagliare la letteratura scientifica esistente in materia sono di tipo euristico-ermeneutico. In particolare, tramite esse si è indagata l’eventualità del rapporto tra pedagogia ed estetica, a muovere dal concetto di esperienza, individuando così punti di contatto e reciproco arricchimento tra la teoria dell’arte e la teoria dell’educazione utili ad illustrare e legittimare alcune dimensioni d'interazione che facilitano il divenire educativo nell'età della complessità. Una volta fondate le basi dal punto di vista epistemologico, usufruendo di fonti relative a studi prevalentemente estetici e filosofici, oltre che pedagogici, perlopiù ad indirizzo fenomenologico, la ricerca si è addentrata con una crescente gradualità, per mezzo di metodologie critico-argomentative, nell’ambito più strettamente educativo, perimetrando più da vicino i confini della didattica estetica laboratoriale, analizzata mediante i classici criteri di critica pedagogica. In questo senso, dopo aver analizzato il concetto di esperienza estetica “a partire da J. Dewey”, l’enfasi posta sulle reazioni organiche in sede di fruizione estetica ha consentito un collegamento con il ruolo del corpo in educazione. Tali aspetti sono stati confermati da alcuni studi di natura fisiologica sull’esperienza estetica, chiamando in causa lo stesso F. Schiller, che sin dallo scritto Grazia e Dignità era interessato alla retorica e al potere espressivo del corpo. Sul valore del linguaggio estetico come linguaggio pedagogico, e dunque sui concetti di esempio e di testimonianza offerti dal corpo dell’educatore si è soffermato P. Bertolini, ma lo stesso interesse si ritrova anche in alcune ricerche che hanno tentato di interpretare in un’ottica decostruzionista il pensiero di I. Kant e Schiller. Così si è potuto delineare un concetto di educazione estetica che consiste nella possibilità per l’educando di sviluppare la propria autonomia di giudizio, seguendo il modello riflessivo offerto dall’insegnante, che entra in scena con tutta la propria corporeità, e soprattutto con la forza retorica della voce, sfruttando una sorta di empatia per così dire asimmetrica, dissonante e dunque “ironica”. Si parla, quindi, di “voci del corpo” e la corporeità costituisce la “dimensione estetica della paideia”, con la possibilità di applicare in sede didattica una metodologia narrativa che si serve di biografie e di autobiografie. Inoltre, considerando l’epoché dal punto di vista pedagogico come un processo di autochiarificazione verso i propri vissuti, si è dimostrato come la metodologia narrativa possa coniugare fenomenologia e pedagogia dal lato dell’educazione estetica, in quanto è la stessa dimensione estetica dell’esperienza ad avere un’essenza narrativa. Concentrare l’educazione estetica sull’impatto visivo dell’insegnante ha consentito di introdurre la tematica dei neuroni specchio, che tramite la neuroestetica si riallaccia persino ai recenti studi sulla didattica. La stretta somiglianza tra vedere estetico e vedere fenomenologico permette di considerare l’epoché uno sguardo che educa, e del resto è la stessa età della complessità ad essere stata definita l’età della visibilità, di cui l’arte contemporanea sembra offrirne una valida rappresentazione, poiché utilizza le moderne tecnologie e, a partire dalle avanguardie, si è concentrata sugli idoli della società consumistica, mettendo in scena la progressiva standardizzazione della società. L’educazione estetica consiste, allora, nel far comprendere quanto del proprio giudizio sia autentico oppure indotto dalle mode, rafforzando negli educandi quel “sé selettivo forte”, come lo definisce A. Nanni, che sembra possa essere educato proprio “lavorando” nell’area relazionale come sostiene E. Fraunfelder. Non a caso l’estetica relazionale di N. Bourriaud parla, infatti, della capacità dell’arte contemporanea di creare delle zone di prossimità, di far in modo che lo spettatore completi l’opera d’arte partecipandone attivamente con tutta la propria corporeità, realizzando nella pratica il concetto deweyano di “arte come esperienza”. Non solo “tutte le arti tendono alla performance”, ma oggi si parla anche di didattica come di una “tecnologia della performance” o “tecnologia dello sguardo”, sfruttando le ricerche sull’enazione e sul costruttivismo. Interessante allora parlare con Damiano di una “didattica seduttiva”, proprio nell’età della seduzione, come direbbe J. Baudrillard, o del disincanto, come l’ha definita F. Cambi, in cui a seguito delle tecnologie multimediali, il soggetto sembra subire una progressiva perdita di esperienza, un fenomeno a cui si sta assistendo anche in ambito didattico, dove quella che può essere definita una democrazia dell’informazione, rischia di annullare la distanza esperienziale tra maestro e allievo. Se a proposito di mimesi si era parlato di esemplarità, sembra quanto mai utile riflettere su una didattica che si avvalga proprio della dimensione affettiva nascosta nel corpo del docente, colui che, attraverso la mediazione, dovrebbe costruire la conoscenza dell’allievo ed essere solo a quel punto definito un “maestro”, mantenendo così la propria autorità anche in contesti didattici che privilegiano l’autonomia e il ruolo attivo dell’educando. Quel pathos-estetico che sembra oggi costruire comunità effimere, come sostiene Z. Bauman, potrebbe allora essere sfruttato in ambito didattico proprio dall’insegnante per infondere valori eticamente validi, favorendo così il passaggio dall’idolo all’icona, perché mentre l’idolo cattura lo sguardo, l’icona permette di accentuarne il potere di trascendenza. L’Art education può, allora, costituire un valido alleato della Media education, sperimentabile proprio attraverso un’impostazione di natura ermeneutica da applicare persino alle moderne tecnologie, nell’ambito del contesto laboratoriale, dove, però, il docente, attraverso il proprio stile educativo, come sostiene R. Albarea, e dunque con il potere educativo della mimesi, dovrebbe far sì che la formazione possa ancora definirsi tale, e non ridursi alla mera informazione.

Item Type:Tesi (PhD)
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Settori scientifico-disciplinari:MATERIALE VARIO > Tesi di Dottorato
SCIENZE STORICHE, FILOSOFICHE, PEDAGOGICHE E PSICOLOGICHE > M-PED/01 Pedagogia generale e sociale
ID Code:460
Depositato da:D.ssa Sara Morici
Depositato su:23 Apr 2013 12:08
Last Modified:23 Sep 2014 11:42

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